L’arte di essere felici

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Copertina L'arte di essere feliciMercoledì 17 dicembre, il Gruppo di filosofia discuterà su L’arte di essere felici (Adelphi)  di Arthur Schopenhauer (Danzica 1788 – Francoforte sul Meno 1860). Si tratta di un’opera pubblicata postuma e che raccoglie cinquanta massime che il curatore ha rinvenuto “sparpagliate nei vari quaderni, volumi e plichi in cui sono raccolte le carte del filosofo”.

A prima vista, risulta strano anche solo concepire l’idea che un filosofo noto per il suo pessimismo abbia voluto raccogliere delle massime per un trattato sulla felicità. Ma la sua attitudine  alla filosofia pratica non poteva esimerlo dal redigere un metodo che si proponesse di raggiungere, attraverso l’uso dell’ingegno, se non la felicità, almeno l’assenza di dolore. Se il dolore deriva dal continuo volere, “dal momento che solo l’intuire rende felici, e tutto il mondo sta nel volere …” il filosofo invita a  passare “liberamente la maggior parte del tempo della vita come puro soggetto conoscente”, così da avvicinarsi, non tanto alla felicità, ma ad una condizione di vita “passabile”.  Nell’incipit, Schopenhauer afferma che “La saggezza di vita intesa come dottrina è all’incirca un sinonimo di eudemonica”. Eudemonica deriva dal termine greco  εὐδαιμονία (eudaimonìa) “felicità”:  è, appunto, la dottrina della felicità, una felicità che, pregiudizialmente, Schopenhauer ritiene dover essere ottenuta senza grandi rinunce (atteggiamento stoico) o senza gravare sulla felicità altrui (machiavellismo), nella consapevolezza che “una felicità compiuta e positiva è impossibile” ma che si può tendere ad uno stato “relativamente poco doloroso”.

Il principio primo dell’eudemologia è che questa stessa espressione è un eufemismo e che vivere felici può significare solo vivere il meno infelici possibile o, in breve, passabilmente.

Uno dei primi passi da compiere nel cammino verso la felicità, o quel che più le si avvicina, è la conoscenza “del proprio sentire e delle proprie attitudini” evitando le aspirazioni per le quali non abbiamo le necessarie capacità e che potrebbero condurci ad umiliazioni e delusioni. Allo stesso modo, dobbiamo conoscere la necessità esterna e accettarne le conseguenze.

Si tratta, in sintesi, di una teoria negativa della felicità, che consiste nell’assenza, per quanto relativa, di dolore:

“Chi vuole misurare la felicità di una vita intera in base alle gioie e ai piaceri assume un criterio completamente sbagliato …. poiché le gioie non vengono  sentite in termini positivi, come accade invece per i dolori ; sono dunque questi ultimi, con la loro assenza, che costituiscono il criterio di misura della felicità”.

Dunque, la felicità non è nella gioia e nel piacere, ma nell’assenza del dolore che spesso è provocato proprio dal desiderio e dal piacere. Costruire castelli in aria è la premessa del disinganno e della delusione. Concetti e non immagini della fantasia dovrebbero guidare le nostre aspirazioni: vivere con capacità di giudizio e nella dimensione del presente ci permette di evitare eccessive preoccupazioni e quella pericolosa malinconia che ci allontana dalla serenità dell’attimo presente.

Da ultimo, dal momento che la realtà si compone di una parte oggettiva, in mano al destino, e di una parte soggettiva, che siamo noi stessi e che è immutabile, la nostra felicità dipende da chi siamo e dalla nostra individualità, non dal destino e da ciò che abbiamo. “La personalità è la felicità più alta”.

 

Ed ecco alcune notizie sulla vita di Schopenhauer e sul suo pensiero:

Schopenhauer, Arthur

Enciclopedie on line

Schopenhauer ‹šóopënhauër›, Arthur. – Filosofo (Danzica 1788 – Francoforte sul Meno 1860). Studiò nelle univ. di Gottinga, Berlino e Jena; a Berlino ascoltò (1811) le lezioni di Fichte, ma non ne rimase entusiasta. Ripiegò, perciò, sullo studio di Kant e di Platone, i due pensatori che avrebbero esercitato la maggiore influenza sulla formazione del suo sistema filosofico

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