Parlare di felicità leggendo i libri di Salvatore Natoli

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Questa sera, alle 18.30, in biblioteca, il Gruppo di lettura parlerà del libro di Salvatore Natoli La felicità: saggio di teoria degli affetti, Feltrinelli 1995.

Dare una definizione di Felicità, secondo Salvatore Natoli, non è una cosa facile. Una definizione è possibile, ma impropria, come spesso lo sono le definizioni: una definizione non è mai sufficiente a saturare i fenomeni. Ecco perché è difficile, per ognuno di noi, rispondere alla domanda “Se i felice?”. La definizione non è adeguata allo stato dell’esperienza. E l’esperienza, in via preliminare, ci presenta due modalità dell’essere felici:
1. La felicità come sentimento, come stato d’animo
2. La felicità come bene costante
1. La felicità come sentimento, come stato d’animo
L’esperienza della felicità che più spesso conosciamo è la prima: ci si sente felici quando si vive in uno stato di illimitata espansione di sé . La felicità coincide con il sentimento della propria illimitata espansione. Chi è felice, quand’è felice, non percepisce il limite come ostacolo: nella illimitata espansione di sé , lo spazio altro o lo spazio dell’altro è occasione del nostro crescere, ci accoglie. Si tratta della dimensione fusionale della felicità (considerata pericolosa da Freud, perché potrebbe annullare l’identità e la differenza).
Quando entriamo in questo stato di felicità? Non siamo noi a deciderlo. Non siamo noi ad incontrare la felicità, ma è lei che incontra noi: è ciò che definiamo stato di grazia. Ne veniamo rapiti, come S. Agostino, raptim quasi per transitum.
Sappiamo talmente bene cos’è la felicità che ,se non lo sapessimo, non potremmo perderla (p. 13). Sappiamo cos’è la felicità ma non possiamo trattenerla, ed è per questo che diciamo che la felicità è fatta di attimi.
Questo è vero, ma solo in parte, non nella sostanza.
I Greci designavano la felicità con i termini edudaimonia e eutychia (p.18). Se pensiamo a questo secondo termine, leghiamo il significato di felicità al termine “caso”, “sorte”. Sulla stessa linea è la cultura europea, che definisce la felicità con il termine Glück in lingua tedesca (felicità e fortuna) e Happiness in lingua inglese (che ha la stessa radice del verbo to happen, accadere). L’esperienza, prima facie, ci dice questo: che la felicità è legata al caso o alla sorte. Il modo in cui gli uomini definiscono le cose deriva dall’esperienza che hanno di esse (Wittgenstein).

2. La felicità come bene costante

Il  termine greco eudaimonia , che noi traduciamo con felicità rinvia  all’esistenza di un “demone” che è favorevole. Il daimon , nel mondo greco,  è  un essere intermedio tra gli dei e gli uomini. Un demone è buono se, ascoltandone la voce, scopri chi sei davvero, se attraverso di lui Conosci te stesso. Il riferimento al daimon richiama l’esperienza di Socrate: “Socrate si diceva tormentato da questa voce interiore che si faceva sentire non tanto per indicargli come pensare e agire, ma piuttosto per dissuaderlo dal compiere una certa azione. Socrate stesso dice di esser continuamente spinto da questa entità a discutere, confrontarsi, e ricercare la verità morale “ (wikipedia).

L’insegnamento da trarre dal concetto di felicità come eudaimonia è che chi scopre chi è davvero, può realizzarsi per quello che è. Allora può fiorire (ed è questo il motivo per cui la prima edizione del saggio sulla Felicità, di Salvatore Natoli, ha in copertina un particolare della Primavera di Botticelli).

Questo tipo di felicità dipende dal lavoro che si fa su di noi, perciò, a differenza della felicità “d’occasione”, questo è un tipo di felicità che possiamo produrre. Non un momento labile, ma un bene stabile. Pensiamo che la felicità sia fatta di attimi perché non siamo maturi per la felicità: la nostra pigrizia ci spinge a non ascoltarci e, per questo, ci meritiamo l’infelicità.

La felicità  può  dunque essere prodotta, a partire dal nostro impegno a realizzare noi stessi. Ascoltando noi stessi, possiamo cogliere le nostre  latenze e metterci alla prova. La felicità è relazionale, perché è legata alla mia relazione con me stesso e con gli altri.  Nella mia relazione con gli altri, la felicità si configura come sintonia. La felicità come bene stabile dipende dunque  dalla mia capacità di coltivarmi e sperimentarmi: si tratta di un errare che esplora. Un errare che punta all’incontro, all’apertura di senso, al cercare una strada.  L’errare fine a se stesso è delirare, ma l’errare per cercare il significato equivale ad ascoltare il proprio demone per scoprire cosa ci sia nell’ordine delle mie capacità, per fiorire.

Nel mondo greco, questo lavoro di ricerca per sviluppare le proprie capacità, veniva definito Virtù. 

 

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